L’articolo 47 della Costituzione recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina coordina e controlla l’esercizio del credito”. E il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in qualità di garante della Costituzione, ha ricordato proprio la sua responsabilità nella tutela dei risparmi degli italiani quando ha spiegato i motivi che lo hanno condotto a opporsi alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. E’ con lo scudo di questo principio costituzionale che Mattarella ha potuto esercitare il suo potere di veto, sempre previsto dalla Costituzione, sui nomi dei ministri, che devono essere nominati dal Capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio.

Questo è stato il percorso che ha portato alla mancata formazione del governo Lega-5 Stelle ma la domanda interessante da porsi è perché, secondo il giudizio di Mattarella, i risparmi degli italiani sarebbero a rischio se Savona fosse stato nominato ministro dell’Economia.

Agendo in questo modo il Capo dello Stato ha dimostrato di capire i meccanismi che regolano l’economia e la finanza molto meglio dei leader politici Salvini e Di Maio. I quali sono andati in campagna elettorale con dichiarazioni programmatiche ambigue e non chiare sulla permanenza dell’Italia nell’euro da cui sono discese le incomprensioni degli ultimi giorni.

Poi si sono messi al tavolo per scrivere un ‘Contratto per il cambiamento’ nel quale, in una prima bozza, compariva la volontà di uscire dall’euro; minaccia velocemente sostituita da una seconda bozza in cui tale pronunciamento era magicamente sparito. Ma la prima bozza, pubblicata anche su tutti i giornali internazionali, ha messo in allarme i paesi europei e i mercati finanziari che solitamente reagiscono in anticipo a possibili sconvolgimenti dell’economia.

L’ultima versione del Contratto tra Salvini e Di Maio, inoltre, prevede un mix di misure espansive per l’economia italiana, dal reddito di cittadinanza, alla flat tax, al superamento della legge Fornero, che complessivamente comportano un aumento della spesa pubblica di oltre 100 miliardi. Nello stesso documento non è stata però indicata né la tempistica di queste misure né dove sarebbero stati presi i denari per finanziarle, facendo supporre uno sforamento dei parametri europei sul rapporto deficit/pil e debito/pil.

Da ultimo Salvini e Di Maio hanno proposto a Mattarella l’economista Paolo Savona nel delicatissimo ruolo di ministro dell’economia, un ex componente del governo Ciampi che negli ultimi anni si è convinto che l’ingresso nell’euro per l’Italia è stato un errore e su questo tema ha scritto anche un libro. Salvo poi dichiarare durante il week end appena trascorso la sua fede alla causa europea.

Questo mix di elementi da una settimana a questa parte ha provocato il rialzo dello spread, cioè il differenziale di tasso di interesse che paga l’Italia rispetto alla Germania sui propri titoli di Stato: da 130 a oltre 200 punti base. E ciò pur in presenza di acquisti permanenti di bond italiani da parte della Bce per 4-5 miliardi al mese.

L’Italia, è bene ricordarlo, ha 2.300 miliardi di debito pubblico pari al 32% del Pil, e una grande fetta di questo debito è rappresentato da titoli di Stato che vengono venduti sul mercato alle varie scadenze.

Se il rischio Italia aumenta, come in queste fasi, aumenta il tasso di interesse che lo Stato italiano deve pagare per fare in modo che i titoli vengano assorbiti dal mercato. Tra il 30 e il 35% di questo debito è detenuto nei portafogli degli investitori finanziari esteri che in presenza di un maggiore rischio Italia possono decidere di vendere i titoli di Stato italiani e rivolgere i propri denari altrove, amplificando la difficoltà dell’Italia nel collocare nuovi titoli.

Nella prospettiva di una effettiva uscita dell’Italia dall’euro non si sa bene che cosa potrebbe succedere ma con molta probabilità la gran parte delle attività italiane verrebbe ridenominata in lire con tutti i rischi e la confusione che che un tale processo comporta. La lira si troverebbe automaticamente svalutata di almeno il 30% rispetto all’euro, dunque tutti noi italiani ci troveremmo improvvisamente più poveri del 30% rispetto agli altri 18 paesi che in questo momento aderiscono alla moneta unica. Quindi i tassi di interesse sulla lira schizzerebbero all’insù, magari ben oltre il 10% (Mattarella ha ricordato nel suo discorso quando avevano toccato il 20%) rappresentando la maggiore difficoltà dell’Italia a ripagare il proprio debito, che per una parte potrebbe rimanere denominato in euro (dipende dalle clausole contenute nelle varie emissioni di bond ). Di certo molti investitori esteri non vorrebbero essere ripagati in lire svalutate ma in euro. E che cosa ne sarà dei mutui degli italiani erogati in euro con tassi molto bassi che potrebbero essere ridenominati in lire? I tassi su questi mutui potranno rimanere bassi anche se i tassi di riferimento (euribor) andassero alle stelle? Certamente no e così tutti gli italiani che in questi anni si sono comprati la casa grazie ai tassi bassi di colpo si troverebbero a pagare interessi molto più alti con il rischio magari di perdere l’abitazione principale.

A fronte di tutti questi rischi Mattarella ha pensato che la nomina di Savona a ministro dell’Economia sarebbe diventato un segnale inequivocabile per i mercati finanziari di una possibile uscita dell’Italia dall’euro. E questo segnale avrebbe potuto scatenare una bufera finanziaria sui mercati a partire da oggi che magari avrebbe avuto l’effetto di autoavverare la profezia, rendendo insostenibile per l’Italia restare nella moneta unica.

Tuttavia il pericolo non è sventato poiché la prospettiva di elezioni a ottobre con la Lega di Salvini vista in forte crescita non può che spaventare ulteriormente i mercati in una fase in cui lo scudo della Bce potrebbe venir meno.

Salvini e Di Maio hanno gridato alla dittatura dello spread e al fatto che il voto degli italiani non è libero di esprimere un governo. Ma dovrebbero ben sapere che nel corso degli anni, per colpe dei precedenti governanti, il nostro debito pubblico ha raggiunto livelli molto elevati ma comunque è stato finanziato dai mercati in cambio di un tasso di interesse. Non si può di punto in bianco dire che il rimborso dei denari prestati dai mercati allo Stato italiano è a rischio e non si sa se avverrà. Gli impegni presi vanno onorati.

Salvini e Di Maio dovrebbero in primo luogo, come è stato ricordato più volte su queste colonne, mettere a punto un piano finanziario che consenta di tagliare una bella fetta di debito pubblico. Così facendo lo spread scenderebbe e si spenderebbe di meno in interessi; così le risorse liberate potrebbero essere investite in attività che generano reddito innescando un circolo virtuoso. Solo in questo modo si potranno cambiare le cose, in meglio, per gli italiani. Ma se non si parte dalla riduzione del debito tutte le promesse rischiano di trasformarsi in un disastro per le tasche degli stessi cittadini che  hanno votato Lega e M5s.

Giovanni Pons   Business Insider Italia